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giovedì, 15 maggio 2008
"Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civilità e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronisrsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo"
(Alexis De Tocqueville, 1840)
Come dire, non vi state inventando niente, cazzoni.
Che ci sono anche delle volte che uno si prende il cuore in mano e lo spreme. E riesce solo a sgocciolare merda. Fosse sangue, almeno. No, merda.
Poi dice che il cervello non governa il corpo umano. Lo governa eccome. Tanto da riuscire a far sgocciolare merda dal cuore. Sincretismo Astrofisiologico, si chiama, l'ho studiato al corso per corrispondenza del Mago Otelma. Mò vi spiego.
Succede che praticamente si crea un collegamento astrofisiologico tra il cuore e il buco del culo. Il dolore cerebrale crea una corrente negativa di risucchio che attira i mesoni interstellari. I mesoni interstellari sono particelle negative invisibili situate nel Quarto Mondo. Il dolore apre una porta dimensionale situata nel retto che aspira i mesoni, i quali risalgono il duodeno, fanno massa sullo stomaco, opprimono i polmoni e alla fine scartano a sinistra (perché il dolore vero senza scampo è di sinistra, quelli di destra sfogano a manganellate) e vanno ad ottundere il cuore con materia fecale astrotrasportata nel tragitto. E' facile capire quando questo accade. Il cuore brucia, i polmoni sembrano schiacciati da una pietra e lo stomaco sembra contratto da stricnina. Eppure non stiamo morendo. In questi casi è utile prendere il cuore a due mani e spremerlo come una spugna. Non stupitevi se sgocciolerà merda, è a causa dei mesoni.
Nella seconda dispensa del Mago Otelma diceva che c'è un modo per chiudere la porta dimensionale che vi si è aperta nel culo. Smettere di provare dolore. Grazie al cazzo, ho pensato. Mi aspettavo nella terza dispensa l'astrorimedio per far cessare il dolore, invece c'era un rito per evocare un golem da borsetta. Ho smesso di comprare le dispense e ho preso a ragionarci da solo.
Posto che è il dolore che apre la porta dimensionale che aspira i mesoni dal Quarto Mondo al culo, e che questo dolore deve cessare, bisogna individuare con certezza la causa del dolore, circoscriverla ed eliminarla alla radice, facendo bene attenzione a non lasciare radicali liberi, che come è noto procurano invecchiamento precoce e referendum improvvisi perlopiù fallimentari.
Così ho appena deciso di eliminare il dolore alla radice, per chiudere la porta dimensionale intra stellare che ho nel culo.
Nel frattempo consiglio le dispense del secondo ciclo di Sincretismo Astrofisiologico del Mago Otelma: COME SCORREGGIARE DALLE ORECCHIE.
Con quello si rimorchia di brutto, fidatevi.
Auf Wiedersehen.
E fu così che un giorno l’omino si svegliò.
Erano passati due anni.
L’aria friccicava dentro un profumo pungente. Gelsomino, forse. Sul braccio e sulla gamba destra alcune punture di zanzara.
Era primavera.
L’omino mise fuori la testa dal cavo dell’albero. La civetta maligna lo vide e gli becchettò in testa.
- Uè, omino, son passati due anni, dove credi di andare. Attento che lì fuori è un brutto mondo.
L’omino guardò giù e vide le prime margherite, le prime farfalle, e sulla strada che portava al paese un gruppo di ragazzine che si rincorrevano. Non sembrava un mondo così brutto.
- E’ tutto diverso, omino, attento. Si sono dimenticati di te, ti accoglieranno con fischi e pernacchie. Tutte le tue donne hanno preso marito. Mariti grossi e cattivi, pronti a prenderti a sberle appena ti vedono.
La civetta dondolava su una zampa e guardava un punto all’orizzonte con aria molto seria e contrita, come di chi abbia già visto tutto, come se ogni parola fosse lì pronta da secoli per spiegare il mondo a un omino sprovveduto che cacciava fuori la testa dall’albero.
- E poi di qui si sale ma non si scende.
L’omino in effetti ricordava quanto fosse stata dura infilarsi in quel tronco due anni prima. Aveva dovuto scalare coi rampini il legno secolare, ignorare il tremolio delle gambe, costringersi a non guardare giù, e alla fine, raggiunto il buco a trenta metri d’altezza si era infilato con la testa come un bruco e poi si era rivoltato dentro la cavità fino a raggiungere una posizione che gli consentisse di dormire non troppo scomodo. Non l’aveva mai trovata. Erano passati due anni.
Tutto quello che riusciva a fare adesso era guardare giù la campagna di fine aprile che pullulava di piccoli insetti e sentirsi un intruso nella natura, un omino in un cavo d’albero, una cosa che non c’entrava niente.
- Devo andare, invece. – disse poco convinto alla civetta.
La civetta gli diede un colpo di becco così forte che gli fece sanguinare la testa.
- Ma quale andare. Rimettiti a dormire che tanto non puoi uscire. E poi non è più mondo per te, te l’ho detto. C’ero io qui a vegliare mentre dormivi, e ho visto cose, ma cose, ho visto cose che nemmeno te le racconto. C’è stata la guerra. Scappavano le mamme con i figli in braccio e piangevano i loro uomini. Dappertutto scoppiavano le bombe. E poi è arrivata la pioggia e ha lavato tutto, e la grandine ha distrutto i campi. I contadini si fingevano spaventapasseri per catturare i corvi e mangiarseli. C’è stato l’orrore, e ha cambiato tutto.
L’omino ascoltava la civetta con il cuore piccolo piccolo e un groppo in gola. La guerra aveva distrutto i campi, i corvi, la grandine, le mamme con i bambini in braccio. Eppure quelle parole non facevano il paio con il sole tiepido, alto nel cielo, che riprendeva a dare colore alle cose. Non facevano il paio con il giallo vivo dei campi e gli sciami di api sul campo di tulipani. Non facevano il paio con niente.
- Ora ti svegli bello bello e credi che tutto è come prima? Manco per il cazzo, omino mio. Credi che sia rimasto il buco nel mosaico, una volta che hai tolto la tua tessera? Pensi che stiano tutti lì a dire ‘oh, ma quand’è che la rimettono, questa tessera dell’omino?’ Il posto nel mondo uno se lo sceglie, omino, tu hai levato la tua tessera e l’hai infilata nel cavo di quest’albero, ma nel frattempo il mosaico è cambiato e per te non c’è più posto. Fidati di una vecchia civetta. Rimettiti a dormire.
L’omino non ascoltava più la civetta. Si tamponava il sangue sulla testa e guardava giù. Doveva fare pipì. Erano due anni che se la teneva. Aveva bisogno di sgranchire le gambe e la schiena. Doveva uscire di lì.
- Lascia perdere, omino. Sono trenta metri e non hai più i rampini. Ti ci ammazzi.
Ma l’omino già aveva messo mezzo busto fuori dal buco. Si aggrappava al legno duro con le unghie, che in quei due anni erano cresciute un bel po’. Faceva male, ma funzionava, per ora.
- Omino, stai facendo una cazzata.
Adesso l’omino era tutto fuori dal buco, abbracciato all’albero enorme, sospeso a trenta metri. Il sole gli riscaldava la schiena. Era una sensazione che non ricordava più.
- Dì un po’, civetta. Ma è cambiato proprio tutto tutto?
- Tutto. – rispose la civetta sempre guardano l’orizzonte con aria grave.
- E al posto di Berlusconi chi c’è?
La civetta per la prima volta guardò l’omino. Non si aspettava quella domanda.
- Niente, sempre Berlusconi.
L’omino non riusciva a crederci. Eppure sorrise. Amaramente sorrise.
Non tutto era cambiato, in fondo.
- Ci si vede, civetta. E fidati di un omino che esce da un buco d’albero, fatti un giro, che su questo ramo ci stai marcendo.
Poi chiuse gli occhi, e soffocando un grido di dolore si lasciò scivolare sul tronco, graffiandolo per trenta metri con le unghie.
Faccio brutti sogni.
Sogno intrichi di strade con i cartelli sbagliati o cancellati, il cielo bianco d'inverno e io che mi perdo e prendo una sterrata che finisce a una brutta casa in un bosco, cupa, familiare, circondata di aghi di pino marci.
Sogno donne che prima mi amavano che girano filmati porno amatoriali, champagne versato sulla figa abnorme e spalancata. E bambini. Scandalo sui bambini che guardano il filmino e se ne turbano.
E poi ancora il bosco, io che cammino a piedi e sbuco davanti la casa di un regista omosessuale, brava persona, col quale però non ho alcuna voglia di chiacchierare e mi fa venire voglia di scappare lontano.
Sogno di avere i capelli a ciuffi innestati sul cranio, come le bambole.
Sogno una gabbia da passeggio che imprigiona me e una sconosciuta con gli occhiali mentre siamo in vacanza a Capri, credo, o in qualche posto di mare pieno di turisti.
O sputare boli di capelli di una ragazza baciata poco prima per ore, sentire il raschio in gola e il senso di vomito, sputarli lentamente, a più riprese, quindici, venti volte, con regolarità, con calma.
Faccio brutti sogni, ultimamente. Solo brutti sogni.
Cominciamo col dire che ero andato in Sicilia a votare. Dodici ore dodici sotto la pioggia battente in alterni stati d'animo, dal canto a squarciagola alla bestemmia a gola parimenti squarciata passando per tutto quello che c'è in mezzo con picchi di malattia mentale e ossessione. (Ché in questo momento kaplan sta attraversando un periodo alquanto emotivamente sconquassato). Continuiamo col dire che una volta arrivato ho dovuto mio malgrado constatare che nei periodi emotivamente sconquassati uno tende a dimenticarsi le cose. Nello specifico io avevo lasciato la tessera elettorale a Roma e la patente negli altri jeans e gli altri jeans ugualmente a Roma. Ero nessuno in terra di nessuno e senza diritto di voto. Proseguiamo anche col dire che in effetti ero sceso con la latente ma ferma intenzione di scorreggiare sulla scheda elettorale e poi imbucarla, quindi il fatto di non poter in effetti entrare in cabina non è che mi abbia sconvolto più di tanto. Allora poi diciamo che mi sono fatto tre giorni a casa e alle elezioni non ci pensavo per niente, tanto manco potevo votare. In più, stante il periodo di sconquasso emotivo diciamo che avevo poca, pochissima lucidità, e una strana tendenza al pianto a singhiozzo in momenti poco consoni, per esempio mentre cantavo a squarciagola La Ragazza e la Miniera al pianoforte a casa da solo (che kaplan canta e si accompagna bene bene professionale da piano bar solo quando è completamente solo) e così nello sconquasso delirante della mia labile psiche dentro di me ero convinto che nessuno sarebbe andato a votare e quei pochi avrebbero votato PD per disperazione, anche i fascisti e i ladri,non lo so perché, anzi, se proprio vogliamo dirla tutta ero convinto che di queste elezioni non se ne faceva niente, che a un certo punto usciva uno gnomo dei boschi e diceva Pepperè pepperè, abbiamo scherzato! Pepperè pepperè!. Allora continuiamo col dire che io la televisione non la guardo e in sicilia i giornali non li leggo e poi stamattina me ne sono ripartito verso le undici con le palle girate che era il primo giorno di sole che faceva da quando ero arrivato ma anche soprattutto per ben altri motivi. E viaggiavo viaggiavo e mi rodevo e mi ossessionavo e cantavo e un po' ogni tanto piangevo e cambiavo stazione radio un po' così a cazzo finché non capito su RadioUno che facevano una diretta sulle elezioni le proiezioni gli exit poll(s). Ed è stato lì che la realtà mi è piombata addosso come un macigno. Il magnifico popolo italiano ha ancora una volta scelto, a larga maggioranza, il nano ladro e maledetto, la lega secessionista e incostituzionale e più in generale la rovina definitiva e inderogabile del Paese.
Un tempo mi sarei arrabbiato, depresso, incarognito.
Invece stavolta ho liquidato il tutto con un'italica alzata di spalle.
Ora diciamo una cosa.
Che tra qualche giorno si vota.
Un tempo, quando il vostro fedele Kaplan non aveva quei grossi cazzi su per il culo che ultimamente distraggono la sua attenzione dal mondo, un tempo questo blog sarebbe stato un fiorire di lazzi elettorali, finti comizi e sproni più o meno bonari a fare uscire il comunista che è in voi.
Quest'anno invece le elezioni stanno ricevendo - e non solo da parte mia che personalmente provengo da un periodo travagliato, tra cui anche l'India che insomma lasciamo perdere, e quindi al limite sarei anche giustificabile - dicevo stanno ricevendo più o meno, ma direi anche meno, l'attenzione che è stata dedicata al Festival di Sanremo che come è noto in questa edizione ha raggiunto picchi di basso ascolto mai visti.
Cionondimeno tra tre quattro giorni siamo chiamati alle urne per votare il nostro membro preferito della Banda Bassotti.
Perché diciamocelo, mai come questa volta si è avverato l'inavverabile, si è concretizzato il luogo comune più becero dell'Italia qualunquista: tanto sò tutti uguali, è tutto un magna magna. Stavolta è vero. Talmente vero che non ci sarà nessun faccia a faccia di culo tra Berlucchioni e Veltrucchioni, o come cazzo si chiamano, che ormai si prendono a colpi di dichiarazioni da galera, che tanto da galera ormai non sono più, perché sono solo vuote e finte, tanto per dare aria allo sfintere, tanto il giorno dopo si scusano, ritrattano, camuffano, come quelli che fanno il gioco delle tre carte e i loro compari che ci perdono la cinquantamilalire e se ne vanno finta che sono incazzati per poi abbindolare lo sprovveduto di turno, fanno tutti finta di avere un programma, una soluzione, quando nessuno sa meglio di loro che la soluzione vera sarebbe scapparsene tutti alle mauritius, stanno solo tentando di rastrellare il possibile per sè e le proprie famiglie prima che sia troppo tardi, per far studare figli e nipoti prima che le scuole straniere non accettino più italiani che non siano disposti a sborsare fior di milaeuri.
In Sicilia hanno stipato le liste elettorali di leccaculi e zoccole di secondo pelo, venticinque-ventottenni che altrimenti sarebbero andati a ingrossare le file di disoccupati senz'arte nè parte di cui la nostra bella isola, e se per questo tutto il nostro italico stivale, abbonda. Liste blindate. Questi sono già deputati, e noi non ci possiamo fare niente. Questi voteranno le leggi che ci faranno andare in galera o pagare multe, leggi che decideranno quanto vale il nostro tempo e il nostro lavoro.
Conosco un paio di queste zoccole decerebrate che tra un po' toccherà chiamare Onorevole. Una qualche anno fa gridava come un'invasata - ScOpami! ScOpami! - sul sedile posteriore della mia macchina in un campo in mezzo al nulla. La peggior scopata della mia vita, credetemi, uno schifo totale.
Io se ci riesco giovedì parto con la mia kaplanmobile e vado giù. Approfitto che me ne sto tre giorni a casa.
E sulla scheda ci scrivo Paperinik, vaffanculo.
Pasqua pioggerella
(componimento istantaneo per scuole elementari)
Pasqua pioggerella
Magna ‘a pecorella
Magnete n’ovetto
Magnete ‘r capretto
Magna na fettina
‘a torta pasqualina
Un po’ de frittatina
‘a lonza fina fina
Fatte ‘n caffettino
sbuccia un mandarino
e poi dopo un pochetto
magna n’artro ovetto
schiaccia ‘na nocina
taglia er salamino
bevete ‘n grappino
al limite un crodino
taglia ‘a pasta ar forno
er vitello tonno
e già che ce stai fumete
pure st’artro monno
che sì per caso Cristo
magnava quanto a te
cor cazzo che sortava
dar sepolcro er giorno tre
Aveva ragione la Pausini. Nel senso che uno prende, fa il biglietto, parte e si ritrova in India senz'arte nè parte, a prendere treni e tuk tuk, a mangiare naan vegetariani o al formaggio, e patate schiacciate fritte alla stazione, a bere tchai, a parlare con gli indiani, che gli indiani se ti ci siedi accanto immediatamente scatta l'interrogatorio, come ti chiami, da dove vieni, sei sposato, hai figli, che lavoro fai, quanto tempo stai india, da dove vieni e dove andrai, come ci vai, ti piace l'india, giochi a cricket, che alla fine ne sa più di te un indiano qualsiasi di tua madre, e poi i turisti, piena di turisti scoppiati, l'India, gente che si prende sei mesi e parte in cerca della pace, del nirvana, del samsara, a imparare uno strumento, la tabla, il sitar, il krishna flute, in particolare la tabla, una specie di tamburo che si suona da entrambe le parti, quelli che vanno in India a imparare la tabla è della gente che ha il senso del ritmo di un bradipo sordo, tum-pa tum-tum-pa, sono capaci di cacarti il cazzo pomeriggi interi con questa figurazione di merda, sbagliando un colpo su tre, ovunque tu vada c'è qualcuno con un tabla che fa tum-pa tum-tum-pa, allora tu te ne vai in India e ti succedono tutte queste cose, e giri e cammini e fai lo zaino e disfi lo zaino e cerchi una guest house che costi poco e la trovi sempre, alcune carine colorate fricchettone accoglienti, con i letti di travertino e i cuscini di porfido, che per quattro giorni ho avuto i lividi sui fianchi per aver dormito, appunto, di fianco, e nella stanza a fianco immancabile il fricchettone austriaco con la tabla, tum-pa tum-tum-pa, o quello col flauto di Krishna che sa suonare solo il tema di Star Wars e sbaglia l'ultima nota, sempre, sempre l'ultima nota, e poi vai a visitare il Taj Mahal, che uno il Taj Mahal ha visto le foto, immenso il Taj Mahal, che si specchia in quell'acqua specchio indiana, con le sue torri turrite e tortigliose e il marmo bianco, il Taj Mahal, per entrare al Taj Mahal ti levano gli accendini, che evidentemente il marmo non è ignifugo, allora tu entri, lo vedi da lontano e dici mè, questo sarebbe il Taj Mahal, piccolino invero, ricordiamoci che uno viene sempre da Roma, e che San Pietro seppure sia la sede dell'Anticristo in persona e della sua corte di esseri maligni, San Pietro al Taj Mahal gli dà in culo quanto a maestosità e imponenza, un lavoro certosino il Taj Mahal, sicuramente, intarsiato e decorato dentro e fuori, dalle fondamenta alle punte delle guglie, e anche una cosa romantica, che mentre San Pietro è un monumento religioso il Taj è stato costruito per amore, un imperatore moghul gli muore la moglie di parto, grazie al cazzo era il quattordicesimo figlio, e lui impazzisce di dolore e mette al lavoro vagonate di schiavi per costruire questo mamozzone bianco, lo schiavo scalpella per vent'anni e pensa mannaggia a Krishna, ma un preservativo di merda no, eh?, e poi riprendi il treno, altro tchai e altre patate, per tacere di quella notte che ho vomitato acqua giallastra e fetida, prendi il treno per Varanasi, la città più sacra di tutta l'India, sul Gange sacro e settico, settico sarebbe l'esatto contrario di asettico, fate un po' voi, a Varanasi si respira un'aria di spiritualità incredibile, dicono, questi ghat, queste grandi scalinate di accesso sul Gange dove gli indiani si fanno il bagno e incredibilmente non muoiono di leptospirosi, dove i vecchi indiani vanno a morire, perchè se muori a Varanasi c'è la possibilità che ti sleghi dal ciclo infinito delle reincarnazioni, se mentre muori incontri Shiva che ti dice la formula segreta, altrimenti te la pigli in culo e ti risvegli scarrafone o magari peggio, che so, Alemanno, così a Varanasi passeggi per i gath e vedi pure i morti bruciati sulle cataste di legna, non puoi fare le foto, io una foto l'ho fatta e mi ha intoppato l'indiano incazzato, e fai lo zaino e disfi lo zaino e mangi uova e patate e naan, e ti studi la Lonely Planet per vedere quale sarà la prossima tappa, potresti andare ovunque, l'India è immensa, ovunque potresti prendere un treno o un aereo e decidi per l'aereo, per Mumbay, per poi magari andartene un po' al sud, magari al mare, a Goa, ma arrivato a Mumbay pensi che aveva proprio ragione la Pausini, la solitudine è una merda, e ti fai fare il biglietto per Roma, per casa. Così da domenica sono di nuovo qui. Fine dell'India. A presto.
Gli indiani molto poveri hanno delle stranissime malformazioni, in particolare agli arti inferiori. Certe gambine stortignaccole e certi piedini ritorti in modi incomprensibili. Poi dice che lo yoga fa bene. Il cazzo.
Terza tappa.
Agra. Dove c'e' il famoso Taj Mahal, per capirci. Che ancora, per inciso, non ho visto.
Cosa dovrei raccontarvi, adesso?
Delle mie lezioni di yoga alle sette del mattino sul tetto di un palazzo fatiscente? Di come praticamente non sono riuscito a muovermi per due giorni, dopo?
O di Peter, il ragazzo francese, nero, cosi' simpatico e cordiale, e cosi' identico al mio compagno di classe Paolo Frasca (che non per niente ai tempi veniva chiamato Er Negro), cosa che me lo ha reso del tutto familiare? Dovrei dirvi di come siamo diventati amici e di come avessimo deciso di condividere il viaggio in treno per Chennai (Madras), 38 ore di viaggio attraversando diagonalmente l'India? Come potrei raccontarvi il momento in cui, la sera prima di prenotare, mi si e' accesa una lampadina in testa, il momento in cui i pezzi del mosaico sono andati mio malgrado e per mia fortuna a posto da soli, e mi sono reso conto che Peter era un avventuriero, che non era francese ma dello Sri Lanka, che campava scopandosi le turiste brutte e spesso attempate, facili, facilissime prede, per un ragazzo cosi'? E la decisione repentina di cambiare itinerario, venire qui ad Agra, comprare il biglietto dell'autobus e venire a sapere che Peter l'aveva scoperto e aveva prenotato lo stesso identico biglietto? No, impossibile da raccontare. Come la decisione ancor piu' repentina di buttare il biglietto e scappare da Pushkar in taxi (taxi, adesso, una specie di gippone a pedali), scappare da Peter che per qualche motivo aveva deciso di inseguirmi, e raggiungere la stazione dei treni di Ajmer. Bye bye Peter. O volete che vi racconti di come ho sbagliato a fare il biglietto e ho fatto la tratta Ajmer-Jaipur in classe General, quella che costa un cazzo, vagoni stipati di indiani poverissimi che dormono pure sotto i sedili, in piedi, praticamente uno sull'altro, guardato come un marziano? E di come in capo a dieci minuti mi sia sembrato normale anche quello, avere il piede nudo della vecchia di fronte a me sul mio piede, e la testa di quello vicino sulla spalla? Non so se puo' raccontare tutto questo, non so nemmeno se ne valga la pena.
Tuttavia, namaste.
Prima tappa. Pushkar.
Una tranquilla cittadina popolata per lo piu' da fricchettoni. Chi dice che i fricchettoni non esistono piu', che sono solo un ridicolo retaggio del '68, vecchiacci sporchi in ciavatte stonati dalle droghe psichedeliche, si sbaglia di grosso. I fricchettoni esistono ancora, sono giovani e belli, girano in bicicletta e ostentano cofane di capelli che in confronto moira orfei e' calva. Non si drogano piu', o si drogano poco, e non praticano piu' l'amore libero. Sono diventati monogami, con l'evoluzione, e forse con la diffusione dell'AIDS. Pero' ci sono, e viaggiano per mesi. Io qua che resto solo un mese mi sento un pivello, al loro confronto. Una cosa che mi e' successa ieri e' che mi sono trovato a parlare con un tizio. C'era una specie di albergo giardinetto sul lago, io ero li' per caso, uno strano posto pieno di strumenti musicali, ogni tanto arrivava uno e si metteva a suonare. A un certo punto arriva questo tizio. Inglese. Sembrava uno che legge il telegiornale, tipo Lamberto Sposini ma piu' grosso. Porta con se' una specie di organetto a pompa, con una mano pompi il mantice e con l'altra suoni. Comincia a parlare dicendo:"When I was in jail...". Insomma, la storia e' questa: Lui era un quarantenne inglese che spacciava hashish dall'India all'Europa. Veniva qui, comprava grossi quantitativi, aveva trovato il modo di farli passare, li rivendeva in Europa con grandissimo guadagno. Lavoro facile, pulito, veloce, nessun altro coinvolto, perfetto. Senonche' con i soldi comincia il divertimento e il ragazzo scopre pasticche e cocaina. E qualche amico gli consiglia di fare lo stesso lavoro con la cocaina, vai, prendi, torni, cento volte il guadagno. Lui si lascia tentare e al primo viaggio lo intoppano all'aeroporto. Due anni di galera non so dove, durante i quali conosce Don Alessandro, un mafioso d'altri tempi che ha lasciato una traccia indelebile nel suo cuore per la gentilezza e il carisma. Ora segue un santone in giro per il mondo, medita tutto il giorno e suona l'organetto. L'ho anche accompagnato coi bonghi. Ma andava fuori tempo.
Poi oggi e' la festa di Shiva, simpaticamente chiamato il distruttore. Ieri notte cominciavano i festeggiamenti, gruppi di persone seduti in circolo davanti ai templi che suonano e cantano. Sono organizzati, microfoni, altoparlanti. E sono molto bravi. Sospetto che in occasioni come questa spuntino fuori i professionisti, potevo notare la perizia dei musicisti e le occhiate di fuoco che si scambiavano quando qualcuno andava fuori tempo o stonava. Piu' tardi gli adulti sono andati a letto e la scena e' stata dei ragazzi. Prima timidamente, poi sempre piu' convinti, hanno cominciato a suonare melodie piu' moderne. C'erano dei tipi umani assolutamente riconoscibili. Il belloccio che sapeva cantare, che era il leader indiscusso, il percussionista un po' tordo ma affidabile, quello che non sa cantare bene ma si sgola lo stesso, e via andare. In alcuni momenti la jam era perfetta, quando ognuno dava il meglio di se', perfetto. Ero talmente parte della comitiva che a un certo punto e' passato uno del catering (un indiano con vassoio di latta e bicchieri di plastica sopra) che mi ha offerto uno strano mangia/bevi, una bevanda lattiginosa e calda dentro la quale galleggiavano dei semini verdi che andavano masticati. Buonissima. Sono andato a dormire pieno di India. Namaste.
Salve a tutti. Mi trovo in un internet point a Puskhar, nel Rajastan, India. Come mi trovo qui? Tuttora non saprei. Una questione di aerei, treni, tuk-tuk e autobus. Partito da Roma venerdi', con nient'altro che il mio zaino e la voglia di scappare, arrivato a Nuova Delhi sul fare del mattino seguente. Praticamente una padellata in faccia. Mi sono affidato a un inaffidabilissimo furgoncino stringendomi coscia coscia con un indiano pieno di pacchi e via, lanciato come un proiettile nel traffico mattutino di New Delhi, una cosa indescrivibile, se non ci siete mai stati. La cosa che ricordo meglio sono tre secondi di visione apocalittica, il greto fangoso di un fiume essiccato diventato un'immensa baraccopoli, montagne di stracci e immondizia e baracche e capanne. E uccelli giganti che volteggiavano sopra, come avvoltoi. Mi portano fortunosamente in questo albergo di merda, in una strada con una coltre di smog che sembrava la nebbia di torino. Quando mi sono chiuso alle spalle la porta della stanza ho rischiato l'attacco di panico. Mi sono sentito solo e sperduto all'inferno. Ho dormito vestito cosi' com'ero e quando mi sono svegliato ci ho messo quattro ore a decidermi ad uscire dalla stanza. Mi ha spinto l'esigenza assoluta di andarmene da li'. Ho cercato il posto piu' tranquillo, piccolo e vicino sulla Lonely Planet e mi sono lanciato in stazione a prenotare il primo biglietto per il giorno dopo. Tralascio di tediarvi sullo spaesamento provocato dal doversi orientare verso la stazione e cercare di capire il sistema dei treni indiani, comunque in qualche modo ce la faccio e ritorno nell'orribile stanza. Poi preso di coraggio riesco e prendo un tuk-tuk (che sarebbe un'Ape col posto passeggero e bagagli) e mi faccio un giro a Connaught Place, che sarebbe il centro di New Delhi. Li' le cose cominciano ad apparirmi un po' piu' normali, anzi, mi rendo conto che sono in un posto tale e quale Piazza Vittorio, compresi gli indiani dei quali Piazza Vittorio normalmente pullula. Poi ritorno di nuovo nella stanzetta e mi riprende a male. E' brutto sentirsi solo e sperduto dall'altra parte del mondo. Te la sei cercata, direte. E' vero, dico io, ma e' brutto lo stesso. Cosi' quella sera accendo la televisione e mezzo dormo, ho degli strani brividi di freddo, sono spaventato e triste. In piu' mi accorgo di aver dimenticato gli antibiotici per la malaria a casa e di essermi scordato la seconda dose di anticolera. Il senso di vulnerabilita' aumenta. Verso mezzanotte, col magone, salgo sul terrazzino dell'albergo, dal quale si vede lo sfacelo di questa metropoli congestionata e inquinata come non avevo visto mai. L'aria e' irrespirabile, mi opprime il cuore e i polmoni. Piango una mezz'oretta senza motivo, ma ho la sensazione che mi faccia bene. Tanto domani vado via, penso, e con questo pensiero riesco ad addormentarmi. Il giorno dopo (ieri, credo, ma sto gia' perdendo il senso dei giorni e delle notti che passano) mi catapulto in larghissimo anticipo alla stazione di Old Delhi. Non riesco a descrivere nulla dell'incredibile e caotica concentrazione umana che c'era li'. Mi butto per terra ad attendere il mio treno. Gia' mi sto abituando, gia' non mi sento piu' un alieno, per fortuna ho grandi capacita' di adattamento. Ma non vedo l'ora di partire. Non esiste un treno diretto per Puskhar, devo prenderne uno che arriva ad Ajmer (9 ore di viaggio) e poi un pullman che in una mezz'ora arriva alla cittadina. I treni indiani sono spartani ma molto dignitosi. C'e' una bella atmosfera, la gente e' cordiale. Ho fatto caso che gli indiani ricorrono spesso al contatto fisico. Hanno un modo di fare familiare con tutti gli estranei. Per forza, sono troppi. O ti abitui al contatto fisico o soccombi. Sul treno faccio amicizia con un ragazzo indiano di Gondal, un ottico mi e' parso di capire. Io non parlo bene l'inglese ma del resto nemmeno gli indiani, per cui in qualche modo ci capiamo. Arrivo alla stazione di Ajmer alle undici di sera, dando per scontato che ci sia subito l'autobus per Puskhar. Il cazzo. Il primo autobus e' alle sei del mattino. Piu' di un indiano mi consiglia di non avventurarmi di notte, perche' potrebbero drogarmi e rapirmi. Mah. Per ogni evenienza mi piazzo nella sala d'aspetto di questa stazione sperduta, in mezzo a indiani che dormono per terra e sovente scoreggiano e aspetto le sei, che in qualche modo arrivano. Allora mi precipito fuori, scopro che la stazione e' a tre chilometri, prendo un altro tuk tuk sperando che non appartenga a uno di quelli che vuole drogarmi e rapirmi e arrivo in questa piazza polverosa piena di autobus anteguerra. Le scritte sono tutte in hindi, non capisco un cazzo. Chiedo per Puskhar, mi dicono trecento cose diverse. Gli indiani hanno la caratteristica che sono molto approssimativi e quando non lo sono ti vogliono fottere soldi. Individuo un signore distinto del quale penso di potremi fidare e in effetti egli mi conduce all'autobus giusto. Cosi' su quest'autobus attraversiamo una specie di valico di montagna e arriviamo qui. E' una citta' piccola, sacra, con un lago sacro dove ogni mattina gli indani fanno le abluzioni (sacre anch'esse. Qui tutto e' sacro). Avevo gia' scelto il posto dove dormire sulla Lonely Planet, cosi' mi dirigo caparbiamente a piedi, zaino in spalla, evitando tutti gli indiani che cercano di condurmi a questo o quall'altro albergo. Avevo visto giusto, l'albergo e' spartano ma molto pulito, la mia camera e' grande, luminosa, giallo pallido. Davanti al letto c'e' un poster con un tramonto (o un'alba) rosso fuoco dietro un'isola. Da una parte c'e' scritto YOU ARE THE SUNSHINE OF THE WORLD. Penso che forse ora sono arrivato in India. Metto una maglietta come federa al cuscino, mi infilo nel sacco lenzuolo, scaccio una formica dal letto. Buio.
Avrete notizie.
Per intanto, namaste.
Che uno dice: la figa.
Certo la figa è importante, sembra che tutto il mondo giri intorno alla figa, per un motivo o per un'altro.
Prendete Carla Bruni e Sarkozy. Quello è l'esempio lampante. Lui diventa Presidente e compare questa figa stratosferica, bellissima, dolce, educata. Canta pure. Pensa te che stai in camera da letto e ti arriva questa con la chitarrina. Che magari è pure veramente invaghita di te che sei un uomo affascinante e di successo, seppure un po' nano. Ti esplode il pisello, per forza. Lasci tua moglie, crei incidenti diplomatici con l'India, fai un casino, per forza. In fondo è rasserenante constatare che dopotutto siamo pur sempre dei semplici esseri umani, anche se stiamo all'Eliseo.
L'errore madornale è stato sposarla, semmai. Perché anche Carla Bruni, che è tipo perfetta, con la sua chitarrina e la sua vocina flautata, dico, anche Carla Bruni, dopo che te la sei scopata in tutti i buchi che ha, di sopra, di sotto, nella vasca, sul pavimento, al cesso del ristorante, dopo che hai fatto gli esperimenti, l'hai fatta vestire da dottoressa o da cameriera, l'hai frustata, l'hai appesa per i piedi e inzuppata nella nutella e fatta leccare dai cani, dico, anche di Carla Bruni in capo a due mesi cominci a romperti il cazzo, secondo me.
Oggi a pranzo parlavo coi miei della mamma di Berlusconi. Dicevamo che doveva essere una di quelle mamme un po' ignoranti, quelle Quant'è bello mio figlio com'è bravo mio figlio. Una di quelle lì. Che però il figlio nanetto e bruttariello gli è diventato il PADRONE DELL'ITALIA. Pensa te l'orgoglio della mamma. Certo poi un figlio PADRONE DELL'ITALIA magari non andava in giro e dire mia mamma mi ha detto che sono tanto bravo e piripì e piripì e quindi io comando tutto e mi faccio le leggi e faccio un po' il cazzo che voglio che sono ricco e bravo l'ha detto anche mia mamma, ma insomma parlavamo un po' così e nel bel mezzo del discorso a mio padre gli arriva un sms sul cellulare - quelli ANS(I)A che li paghi ma ti tengono informato in tempo reale di tutte le cazzate che succedono in giro - che diceva proprio che si era spenta in tempo reale quella donnina un po' ignorante.
Mi ha fatto un certo effetto, devo ammettere.
Ciò non toglie che a Berlusconi gli è morta la mamma, pappappero.
Gino
ti ricordi prima, Gino?
Il lampo e la carezza
No, dico
Te lo ricordi?
La luce, quella luce
E i cani abbaiavano lo stesso
Come adesso
Che mi chiedi il vino
Ma ti ricordi, Gino?
Ci sentivamo pronti
A imbracciare i fucili
Sai le botte
Che prendevamo
Se davvero facevamo
La Rivoluzione
Però cazzo, che emozione
Sarebbe stata
Quella lì
Ci pensi, Gino?
Alzare la voce tutti insieme
E andar lì
T’immagini
A sparare ai padroni
Pieni di quel furore di sole parole
Sparargli in faccia, Gino
In faccia
Sarebbe stato bello
Il lampo e la carezza
Ma ti ricordi, almeno
Almeno un pochino
Dimmi che ti ricordi,
Gino.
In fondo il blog serve proprio a questo, e mettere nero su bianco riflessioni che altrimenti andrebbero perdute nei circuiti marci del tuo cervello. Quindi adesso accollatevela.
Aprire la pagina di google news per me equivale e dire "vediamo un po' di quanto ci stiamo avvicinando al baratro questa settimana". Lo faccio in parte con Il Messaggero al bar dei cinesi ogni mattina e di tanto in tanto con Google News.
Ebbene prendendo fior da fiore, e assumendo implicitamente che non ci sia spara-informazioni meno parziale e ad ampio spettro della pagina predefinita di google news, apprendo che in Cina c'è un contadino che sta capeggiando una piccola rivolta degli agricoltori (piccola perché solo in pochi hanno il coraggio di stargli appresso) che chiede la restituzione della terra a chi la coltiva, e spiega anche perché e per come questo sia giusto. Questo contadino è anche un blogger, che cerca di diffondere la notizia di questa lotta nel mondo tramite internet nella (vana) speranza che noi gente civile mobilitiamo i nostri grassi culi in suo aiuto. Un giorno gli è entrato in casa l'esercito, hanno tagliato tutte le connessioni, il telefono e la luce e lo hanno chiuso dentro con sua moglie. Arresti domiciliari, lo chiamano. Sono arrivati i suoi avvocati e hanno chiuso dentro pure loro. Ora questo povero cinese si pensava che con l'avvento delle Olimpiadi e dei giornalisti occidentali lui avrebbe avuto la possibilità di farsi intervistare, dato che il governo aveva detto che i giornalisti avrebbero potuto fare domande a chiunque. Quello che non aveva previsto era che poi i cinesi non avrebbero potuto rispondere pena la deportazione. In particolare lui che per l'occasione è stato condannato a due anni di lavori forzati solo per aver dichiarato che li avrebbe contattati. Gli Stati Uniti sono amici della Cina, si vede che in quel particolare posto a loro un regime totalitario non dà fastidio, sarà che sono gialli e piccolini, chissà, ma a loro sta bene così. Infatti in America i problemi sono di tutt'altro ordine. Lì c'è il futuro, la tecnologia di intrattenimento più avanzata del mondo, che richiede miliardi di dollari investimenti nella ricerca e sforna meraviglie ormai a ritmi quasi insostenibili. Steve Jobs ha presentato il MacAir, un portatile che pesa un chilo e tre, sottile come una fettina di hashish, da mezzo centimetro a massimo due, che per farlo così piccolo gli ha levato il dvd, tutte le porte usb tranne una nascosta, e ha potenziato il wireless in modo tale che tutto quello che non hai tu lo possa sfruttare via wireless, ammesso che nei paraggi ci sia un emissore di onde cancerogene che ti permetta di farlo, che i computer intorno a te posseggano lettori dvd wireless con cui collegarti e che preventivamente tu abbia acquistato dai cinesi un moltiplicatore di porte usb a due euro cinquanta. Per forza che sono amici, eh.
Questo il mondo. Ora almeno si ride che arriva l'Italia.
Una delle prime notizie è che Berlusconi si è molto risentito di essere indagato dalla procura di Napoli. Tanto si è indispettito che ha stilato una lista delle troie che la danno in rai per un posto di valletta con accanto il nome del politico, o consigliere di amministrazione che ha smosso mari e monti per far lavorare la suddetta troia previa prestazione sessuale a piacimento preferibilmente continuativa e ripetuta, o, nei casi di coglioni estremi, previo sventolamento di un mazzetto di odorosi peli pubici con la promessa che un giorno saranno solo suoi. Berlusconi ha stilato questa lista e la tiene sulla sua scrivania, e si fa sfilare davanti tutti i nomi maschili di quella lista, che sono solo 50 perchè avrebbe anche potuto continuare ma gli sembrava inutile andare avanti, ha detto lui, e poi minaccia di tirarla fuori se qualcuno non fa smettere quei cattivi giudici terroni. Ora, fidatevi di quello che vi dico, la situazione alla Rai durante il governo Berlusconi è stata anche peggio di quanto dicono. Sta emergendo solo la punta dell'iceberg. E non è una supposizione, ai tempi mi raccontavano cose agghiaccianti che accadevano lì dentro ai piani alti. Fonte strasicura. E ora quello che leggo sui giornali è solo un versione edulcorata di quello che realmente è accaduto. E continua ad accadere, del resto. E se per questo, è sempre accaduto. Con la differenza che un tempo i politici comandavano e fottevano, ora fottono e basta e per fottere mandano tutto in vacca. Anche il ricatto di Berlusconi, roba vecchia e strausata, ma siccome una volta era reato lo si faceva sottobanco e in totale omertà, non su Google News, diocane.
Perché la situazione Italiana è difficile, neh. Pensate che a Port'Ercole c'è stato l'ennesimo episodio di bullismo, chiaro segnale di un paese alla deriva culturale. Tre bulletti hanno chiesto al più bravo della classe di passargli il compito in classe che lui aveva finito in sette secondi netti, quello si è rifiutato così a ricreazione lo hanno preso e gli hanno infilato la testa nel cesso. Chissà perché trent'anni fa cose del genere accadevano ovunque ogni giorno eppure ho l'impressione che il Paese fosse enormemente più sano di adesso. Sarò io. Eppure dovrei sorridere e stupirmi. Fanno di tutto per stupirmi con effetti speciali che mi intrattengano. Per esempio quest'anno il Grande Fratello ha una grossa novità. Hanno fatto una specie di carcere a cielo aperto, a Ponte Milvio, una bolla trasparente alta quattro metri dove ogni tanto rinchiuderanno due tre agitati della casa, quelli che si comportano male, tipo. E' stupefacente, in effetti. L'umiliazione umana elevata ad arte, la prigionia e lo sberleffo subiti da consenzienti, il sogno di ogni dittatore. Perché non si può mica dire "poverini" quelli del Grande Fratello, quelli hanno firmato regolare contratto con il miraggio di uscire chi dall'anonimato, chi, ormai sempre più spesso, direttamente dalla miseria e dal grigiore. Perché con la miseria e il grigiore hai solo due possibilità: subirli o crearli. Oh, bè, ci sarebbe una terza possibilità. Ribellarsi. I metalmeccanici ci stanno provando ma non se ne viene a capo. Si battono per un centinaio di euri in più in busta paga al mese. Qualche furbo si è staccato dai cortei infilandosi direttamente nella ben più nutrita folla per i provini a Cinecittà.
Ma il nostro è un Paese difficile, complicato, contraddittorio, che ci vuoi fare. Però è bello sapere di avere un governo di sinistra, di ampie vedute, che guarda lontano, che si preoccupa di quelle cose di cui nessuno parla ma che sono i veri punti deboli da affrontare con determinazione e impegno.(Cito alla lettera)"Il Governo è al lavoro contro l'emergenza 'punteruolo rosso', il parassita che sta distruggendo le palme in varie regioni della Penisola. Il ministero della Salute fa infatti sapere in una nota che, "di concerto con i ministeri delle Politiche agricole, alimentari e forestali e dell'Ambiente, tutela del territorio e del mare, sta seguendo con particolare attenzione il fenomeno" che sta devastando ville pubbliche e private, giardini, viali alberati e molti lungomare punteggiati di palme da un estremo all'altro dello Stivale". E' giusto, combattiamo i cattivi parassiti delle palme, una palma ha diritto di vivere esattamente come un metalmeccanico, che cazzo. Per questo esistono i Verdi, per questo Pecoraro Scanio va coi travestiti. Credo.
Meno male che la scienza va avanti, meno male che ci sono fior fiore di scienziati che studiano il mondo e l'essere umano per darci soluzioni. Per esempio hanno appena scoperto qual è l'area del cervello dove esattamente è localizzato il ricordo della paura. La corteccia del cervelletto, vicino a qualcosa che ha a che fare con un verme, se non ricordo male. Il ricordo della paura è fondamentale per ogni essere vivente, per questo sta nel cervelletto che è una struttura filogeneticamente arcaica del sistema nervoso. Con il ricordo della paura sopravvivi, senza sei morto in una settimana. Hanno visto che sui topi se inibisci quella particolare area loro smettono di associare gli stimoli, cioè gli puoi dare un biscottino e una bastonata tutte le volte che vuoi e lui non se la darà mai a gambe ma verrà ogni volta speranzoso di cibo.
Questa situazione mi ha ricordato qualcosa, ma non ricordo più cosa.
Buona domenica a tutti.
Volete sapere la verità? Fuori tempo, in un momento sbagliato dopo la befana, ma volte saperla, la verità?
Che vi hanno imbrogliato. Che Bin Laden non c'entra proprio niente. Hanno fatto tutto da soli, chissà che cazzo è successo, ma Bin Laden non c'entra.
Io Bin Laden ci ho una gigantografia appiccicata sopra il letto. Giuro. E' un manifesto preso per strada, l'ho ritagliato e messo a capezzale del letto, come fanno le vecchie con la Madonna Incoronata Dai Serafini Amaranto. Perché era bello, ce l'ho messo. E perché non c'entra niente.
Volete sapere come l'ho capito con assoluta certezza? Guardategli gli occhi, dico io. Cercatevi tutte le foto con Google e guardategli gli occhi. Tutte le foto che riuscite a trovare. Guardatelo negli occhi. Non è cattivo, si vede benissimo. E' un pupazzo, un attore, non esiste, non lo so. MA NON E' CATTIVO.
Per fare il confronto guardatevi tutte le foto del Papa. Quello sì che è cattivo, cristo.
E ora che sapete questa nuova verità regolatevi di conseguenza.
Dunque, intanto chiudete gli occhi e ascoltate questo.
Poi, se vi si smuove qualcosa, quando avete tempo e calma leggetevi questo, che è lunghetto ma ha la rara caratteristica di essere molto chiaro.
Poi deprimetevi.
E poi cominciate a domandarvi se c'è una via d'uscita praticabile. Creatività, serve. Anche una via d'uscita violenta, non importa. Basta che sia praticabile. Anche se ci scappano dei morti. Anche se i morti saremo io o voi. Anche se dovesse significare grandi rinunce.
Perché capite, è di vitale importanza che ci sia una via d'uscita. Altrimenti tanto vale sterilizzarci tutti e andare avanti alla cieca finché dura.
Tanto siamo già tutti morti, su questo Silvano ha ragione da vendere.
So che non mi crederete, che poi sembra che succedono tutte a me, lo so.
Ma ve lo posso giurare su ciò che ho di più caro, che mi cascassero le palle e se le mangiasse un furetto. E' successo davvero, stento anch'io a crederci ancora ma è inequivocabilmente successo.
E dite un po' quello che vi pare ma io mi sento più realizzato.
Sono stato in ascensore con Patrick Lumumba. Giuro.
Considerazioni veloci veloci da leccarsi le orecchie.
Uno. L’aereo è il mezzo di trasporto più balordo e disumano che esista. Entri dentro questi aeroporti che non si sa perché sono più asettici di una sala operatoria e inspiegabilmente pieni di negozi inutili che cercano di venderti di tutto, supponendo che uno in procinto di partire possa avere un bisogno così urgente di un foulard di Gucci da essere disposto a pagarlo il triplo del suo prezzo originale. In più con le nuove misure antiterrorismo dei miei coglioni mi buttano gli shampoo al controllo bagagli, così, senza pietà, che io nella mia vita ho avuto una sola ossessione - i miei capelli - e questi che mi buttano gli shampoo da venti euri io gli mangerei il cuore.
Uno virgola tre. Gli aerei non è una cosa normale che volano. Un suppostone di metallo pieno di gente che pretende di solcare i cieli e arrivare, che ne so, in Argentina, è un’idea balorda. Eppure esistono. E volano per davvero. Solo che se per caso succede qualcosa sei morto diecimila chilometri prima di toccare terra o mare. Hai tutto il tempo per precipitare e pensare sto morendo sto morendo sto morendo. Che io non lo so mica come faccio a mantenere la calma e a sembrare apparentemente sereno, perché in effetti io quando salgo su un aereo do per scontato che cada, appena traballa un po’ mi dico eccoci, ci siamo e comincio a prepararmi all’idea di morire.
Uno virgola sette. Che tanto per dirne una all’andata ho viaggiato con la nazionale maschile di pallavolo croata, certi cristoni che io che sono alto un metro e novanta mi sentivo Berlusconi coi tacchi. Ora, è noto che statisticamente gli aerei sono il mezzo più sicuro al mondo. Ma è altrettanto stupidamente vero che, sempre secondo la statistica, se viaggi insieme a un gruppo rock o una squadra di qualche tipo le probabilità che quell’aereo possa cadere aumentano vertiginosamente. Questo perché all’interno della popolazione GRUPPI/SQUADRE la probabilità di un incidente aereo è parecchio più alta che su tutta la popolazione mondiale, quindi interpolando i dati se viaggi con un gruppo aumenta anche la TUA personale probabilità di cadere con l’aereo insieme alla squadra. Ora, io credo che questa cosa sia una cazzata, ma capite bene che se ogni volta che salite su un aereo siete preparati al peggio la volta che ci salite con la nazionale di pallavolo croata avete la certezza di morire. Immaginavo già i titoli dei giornali. Non certo con il mio nome, per carità, però mi immaginavo le foto di questi ragazzoni, i croati che si commuovevano, i documentari sull’incidente di Superga dove si schiantarono l’intera squadra del Grande Torino e 3.500 paia di scarpe da ginnastica, questo mi immaginavo, la mia morte che rientrava nel flusso della normalità.
Due. Poi invece sono sopravvissuto.
Due virgola uno. Più o meno. Ero sceso per un battesimo. Un bambino, lo dovevano portare dentro una chiesa e fargli un rito curioso, dovevano bagnargli la testa e non so che altro, ed era una cosa così importante che si è spostata tutta la mia numerosa famiglia di tre persone virgola due (sono superdotato sì, e allora?).
Due virgola quattro. A me personalmente il battesimo è sembrato un rito satanico. Tale e quale. Opportunamente travestito nei toni, nei modi e in quelle parole senza senso che vengono pronunciate per un’ora intera, per l’energia spenta che emanavano le tre vecchiacce che cantavano da una parte, per quel povero Gesù inchiodato e sanguinolento, morto, sul crocifisso c’era un Gesù morto allora ho pensato che questo era molto strano. Cioè, noi ci siamo così abituati che non ci sembra strano per niente. Ma il simbolo della chiesa è Gesù sconfitto. Martoriato. Morto. Quello che ha perso. In teoria, tolte tutte le cazzate che dobbiamo ricordarci in continuazione che si è sacrificato per noi, in teoria sul fondo di ogni chiesa sarebbe più logico che ci fosse Gesù risorto, redentore, bello pasciuto e sorridente che ti dice ehi, amico, ci sono qua io, se fai come me sei OK!, o, magari non proprio così ma insomma, in fondo la cosa più figa che ha fatto è che è risorto, non che si è fatto beccare come un pivello. E invece questi pretacci infami hanno scelto come simbolo Gesù che ha perso, l’uomo crocifisso, quello che si abbandona alla supplica al padre. Secondo me un motivo c’è. Un po’ come se ti tagliano davanti la testa di tua madre da piccolo, la impagliano e poi per farti superare il trauma ti insegnano a darle il bacino di buonanotte ogni sera prima di dormire.
Tre. E poi pioveva.
Tre virgola tre. Io penso di essere tipo Storm degli X-Men però con il potere a senso unico. Io quando arrivo in Sicilia arriva il brutto tempo. E in genere fino al giorno prima e per il mese precedente c’era un tempo mite e primaverile nel pieno dell’inverno. Tutte le volte da anni. O forse sono solo come Fantozzi.
Quattro virgola uno. La gente sta tutta un po’ male. Due anni fa era diverso per tutti, chissà che sta succedendo. Ma qualcosa sta succedendo. Altrimenti non si spiegherebbe com’è che ogni cinque giorni in media qualcuno sbrocca e comincia a sparare a cazzo o squarta qualcuno o seppellisce i propri figli. Evidentemente quella cosa che fa stare male tutti su alcune persone già tarate ha un effetto deleterio, mi pare l’unica spiegazione possibile, tutto considerato. Chissà cos’è. Odifreddi lo saprebbe, secondo me, ti direbbe che ci sono tutta una serie di concause socioeconomiche della società capitalistica contemporanea del cazzo. Però forse lui ti direbbe quali sono.
Quattrocento virgola sette. Invece io mi limito a dire che è diventato tutto una merda, ecco.